I contadini di Pistelloni
Pistelloni era ed è ancora una corte che si raggiungeva dalla via Vecchi Pardini e anche dai campi dietro le case di Fibbiani andando verso ovest. Una corte isolata, a me sembrava lontana e un pò misteriosa. Lì abitavano tanti contadini che producevano verdure di vario tipo e le portavano al mercato a Lucca. Così, d'estate, per raggiungere la città, dovevano per forza passare dalla nostra corte coi barrocci, tre, quattro? non li ho mai contati. Era di notte, quando passavano, si sentiva limpido il rumore dei passi dei cavalli e delle ruote che giravano sulla strada sterrata, un rumore che non mi disturbava anche se già ero a letto. La mia camerina aveva una finestra che dava proprio sulla strada e allora qualche volta mi affacciavo nel buio completo della notte e vedevo le luci delle lampade che illuminavano il retro dei barrocci. Percepivo le voci basse e discrete delle persone che li guidavano, era bello quel parlarsi nel buio. Tornavo a letto e mi addormentavo.
mercoledì 8 agosto 2012
lunedì 6 agosto 2012
Lo zio Oreste
Veniva in corte tutte le domeniche con la sua Lambretta, piano piano, generalmente vicino all'ora di pranzo, a portare L'Unità. Diceva che la Lambretta era più comoda per metterci il borsone dei giornali, si fermava pochi minuti dalle famiglie che compravano il giornale e continuava il suo giro. Non era molto alto, pochi capelli e ben piazzato, un viso aperto e tranquillo, sempre pronto a parlar di politica che era una storia di famiglia. Abitava in corte Pardini con la moglie Bruna e ebbero quattro figlie, un pò si disperava per il cognome che non si sarebbe mantenuto attraverso le figlie. Raccontava volentieri episodi della guerra e della resistenza e si lasciava scappare di aver rotto qualche naso nei mesi successivi al 23 aprile 1945, con un sorrisino di soddisfazione. Era fratello di mio padre ed è stato per me una persona insostituibile.
Veniva in corte tutte le domeniche con la sua Lambretta, piano piano, generalmente vicino all'ora di pranzo, a portare L'Unità. Diceva che la Lambretta era più comoda per metterci il borsone dei giornali, si fermava pochi minuti dalle famiglie che compravano il giornale e continuava il suo giro. Non era molto alto, pochi capelli e ben piazzato, un viso aperto e tranquillo, sempre pronto a parlar di politica che era una storia di famiglia. Abitava in corte Pardini con la moglie Bruna e ebbero quattro figlie, un pò si disperava per il cognome che non si sarebbe mantenuto attraverso le figlie. Raccontava volentieri episodi della guerra e della resistenza e si lasciava scappare di aver rotto qualche naso nei mesi successivi al 23 aprile 1945, con un sorrisino di soddisfazione. Era fratello di mio padre ed è stato per me una persona insostituibile.
domenica 5 agosto 2012
Il postino
Non veniva tutti i giorni il postino, con la sua bella bicicletta e con la sua divisa che prevedeva anche un cappellino. Quando arrivava, le donne si avvicinavano e chiedevano. specialmente verso Natale e Pasqua. Allora arrivavano notizie dall'America e con le lettere i dollari dei parenti lontani. Nella corte quasi tutte le famiglie avevano figli, fratelli, sorelle, zii, cugini che erano andati là, in America, si diceva, come se fosse un unico paese, a lavorare e non erano tornati formandosi famiglie proprie ma restando attaccati ai parenti italiani. Non erano certo andati "a scuoter gli alberi", avevano lavorato sodo e ora, nel dopoguerra, mandavano dollari in occasione delle feste.E per parecchi anni mandavano i pacchi. "M'è arrivato il pacco?". Nel pacco stoffe colorate e vestiti confezionati per donna uomo e bambini, di uno stile poco consueto ma le sarte sapevano aggiustarli o rifarli da capo, la stoffa era buona, i colori un pò troppo celestini, rosati, verde acqua e giallini, le fantasie poco fantasiose. Le lettere e gli assegni erano contenuti in buste leggere bianche con gli angoli colorati di strisce blu e rosse e arrivavano, meraviglia di noi bambini, per posta aerea. Il postino era contento anche lui quando recapitava lettere dall'America e chiamava le donne a raccolta. A volte ritornava anche il pomeriggio per contentarle e loro gli donavano una piccola mancia. Rimase per tanti anni lo stesso, le donne si erano abituate e se qualche volta ritardava si preoccupavano: Oddio, non avranno mica cambiato il postino?
Non veniva tutti i giorni il postino, con la sua bella bicicletta e con la sua divisa che prevedeva anche un cappellino. Quando arrivava, le donne si avvicinavano e chiedevano. specialmente verso Natale e Pasqua. Allora arrivavano notizie dall'America e con le lettere i dollari dei parenti lontani. Nella corte quasi tutte le famiglie avevano figli, fratelli, sorelle, zii, cugini che erano andati là, in America, si diceva, come se fosse un unico paese, a lavorare e non erano tornati formandosi famiglie proprie ma restando attaccati ai parenti italiani. Non erano certo andati "a scuoter gli alberi", avevano lavorato sodo e ora, nel dopoguerra, mandavano dollari in occasione delle feste.E per parecchi anni mandavano i pacchi. "M'è arrivato il pacco?". Nel pacco stoffe colorate e vestiti confezionati per donna uomo e bambini, di uno stile poco consueto ma le sarte sapevano aggiustarli o rifarli da capo, la stoffa era buona, i colori un pò troppo celestini, rosati, verde acqua e giallini, le fantasie poco fantasiose. Le lettere e gli assegni erano contenuti in buste leggere bianche con gli angoli colorati di strisce blu e rosse e arrivavano, meraviglia di noi bambini, per posta aerea. Il postino era contento anche lui quando recapitava lettere dall'America e chiamava le donne a raccolta. A volte ritornava anche il pomeriggio per contentarle e loro gli donavano una piccola mancia. Rimase per tanti anni lo stesso, le donne si erano abituate e se qualche volta ritardava si preoccupavano: Oddio, non avranno mica cambiato il postino?
sabato 4 agosto 2012
Fedora
Oh, Fedora, mia bella Fedora...cantava anche nell'ultimo anno della sua lunga vita, se qualcuno gliela chiedeva. Era una canzone, forse una romanza?, dei suoi tempi e ci ritrovava, forse, la sua gioventù.
Fedora si potrebbe considerare di Fibbiani ma abitava in un'altro posto che si chiamava Pannero; si chiamava, perché da molti anni non esiste più, spodestato da casermoni che hanno tolto uno stradello circondato da viti, una corticina con due case e una grande capanna, un pollaio circondato da una rete dove si arrampicava il fiore della passione. Lì abitava Fedora col marito che non ho conosciuto e con tre figlie, Liana e le due gemelle Giuliana e Anna. Fedora la ricordo con un viso aperto, sorridente con gli occhi, una pelle colorata dal sole, una voce particolare e acuta come oggi non si sente più, una speciale fantasia nel creare colorate e delicate imprecazioni. Era una donna indipendente, forse aveva dovuto diventarlo, come tante che avevano perso presto il marito, passato gli anni della guerra, lavorato nei campi. Fedora veniva in corte Fibbiani a trovare la sorella Dantina e a coltivare un bell'orto.A volte se non poteva venire e c'era qualche comunicazione da fare Fedora chiamava la sorella da Pannero e modulava le frasi, Dantina rispondeva da Fibbiani.
Oh, Fedora, mia bella Fedora...cantava anche nell'ultimo anno della sua lunga vita, se qualcuno gliela chiedeva. Era una canzone, forse una romanza?, dei suoi tempi e ci ritrovava, forse, la sua gioventù.
Fedora si potrebbe considerare di Fibbiani ma abitava in un'altro posto che si chiamava Pannero; si chiamava, perché da molti anni non esiste più, spodestato da casermoni che hanno tolto uno stradello circondato da viti, una corticina con due case e una grande capanna, un pollaio circondato da una rete dove si arrampicava il fiore della passione. Lì abitava Fedora col marito che non ho conosciuto e con tre figlie, Liana e le due gemelle Giuliana e Anna. Fedora la ricordo con un viso aperto, sorridente con gli occhi, una pelle colorata dal sole, una voce particolare e acuta come oggi non si sente più, una speciale fantasia nel creare colorate e delicate imprecazioni. Era una donna indipendente, forse aveva dovuto diventarlo, come tante che avevano perso presto il marito, passato gli anni della guerra, lavorato nei campi. Fedora veniva in corte Fibbiani a trovare la sorella Dantina e a coltivare un bell'orto.A volte se non poteva venire e c'era qualche comunicazione da fare Fedora chiamava la sorella da Pannero e modulava le frasi, Dantina rispondeva da Fibbiani.
venerdì 3 agosto 2012
Il merciaino
Prima, quand'ero molto piccola, c'era stato Gennarino, poi arrivò il merciaino, si vede che in corte garbavano i diminutivi. La stoffa serviva per tovaglie e vestiti in particolare. Tutte le donne avevano in casa la Singer o la Necchi e cucivano o riparavano pantaloni e gonne ma per i lavori più importanti, per i vestiti buoni, i capini, le giacche, i cappotti si ricorreva alle sarte o ai sarti che certo non mancavano. Il furgone piccolo era pieno di rotoli di stoffa di vari materiali e colori e che buon odore si sentiva! Le donne sceglievano la stoffa e la stendevano e tiravano con le mani per sentirne la consistenza, il merciaino la misurava con un metro fisso attaccato al bancone, la piegava e la consegnava. In genere il pagamento avveniva in più volte fino al saldo. Il merciaino era un uomo distinto, ben vestito e molto cortese, con una voce pacata, ascoltava le donne e si faceva un vanto di servirle bene. Dopo qualche anno il furgone diventò più grande e allora portava anche roba confezionata, del resto le donne avevano quasi smesso di cucire, tanto trovavano tutto già fatto nei negozi di Lucca. E poi anche il merciaino aprì un bel negozio sulla Sarzanese e non si vide più.
Prima, quand'ero molto piccola, c'era stato Gennarino, poi arrivò il merciaino, si vede che in corte garbavano i diminutivi. La stoffa serviva per tovaglie e vestiti in particolare. Tutte le donne avevano in casa la Singer o la Necchi e cucivano o riparavano pantaloni e gonne ma per i lavori più importanti, per i vestiti buoni, i capini, le giacche, i cappotti si ricorreva alle sarte o ai sarti che certo non mancavano. Il furgone piccolo era pieno di rotoli di stoffa di vari materiali e colori e che buon odore si sentiva! Le donne sceglievano la stoffa e la stendevano e tiravano con le mani per sentirne la consistenza, il merciaino la misurava con un metro fisso attaccato al bancone, la piegava e la consegnava. In genere il pagamento avveniva in più volte fino al saldo. Il merciaino era un uomo distinto, ben vestito e molto cortese, con una voce pacata, ascoltava le donne e si faceva un vanto di servirle bene. Dopo qualche anno il furgone diventò più grande e allora portava anche roba confezionata, del resto le donne avevano quasi smesso di cucire, tanto trovavano tutto già fatto nei negozi di Lucca. E poi anche il merciaino aprì un bel negozio sulla Sarzanese e non si vide più.
giovedì 2 agosto 2012
Clorinda.
Quasi sempre di sfuggita, quasi sempre da Dantina, arrivava questa figurina, magra, capelli bianchi, vestita di nero, un viso quasi sfocato, voce sottile e veloce. Passava di lì e veniva a cercare la figlia Minerva che ricamava federe e lenzuola nella casa di Dantina.Non so quanti anni avesse, per noi era vecchia, ma l'ho vista lavorare di lena in corte, sotto il sole, seduta col suo strumento di lavoro, strano e antico, con un braccio rotondo provvisto di spunzoni e che si muoveva avanti indietro sfacendo boccoli di lana giallastra. Era la lana che riempiva i nostri materassi (ce n'erano sempre fatti di "vegetale") e che periodicamente veniva arieggiata, lavata e resa soffice da quello strumento oppure se era poca (quella contenuta in un guanciale) anche a mano. Un' immagine, quella di Clorinda al lavoro, rimasta nei miei occhi come la fotografia di un tempo lontanissimo, silenzioso e già perduto allora.
Quasi sempre di sfuggita, quasi sempre da Dantina, arrivava questa figurina, magra, capelli bianchi, vestita di nero, un viso quasi sfocato, voce sottile e veloce. Passava di lì e veniva a cercare la figlia Minerva che ricamava federe e lenzuola nella casa di Dantina.Non so quanti anni avesse, per noi era vecchia, ma l'ho vista lavorare di lena in corte, sotto il sole, seduta col suo strumento di lavoro, strano e antico, con un braccio rotondo provvisto di spunzoni e che si muoveva avanti indietro sfacendo boccoli di lana giallastra. Era la lana che riempiva i nostri materassi (ce n'erano sempre fatti di "vegetale") e che periodicamente veniva arieggiata, lavata e resa soffice da quello strumento oppure se era poca (quella contenuta in un guanciale) anche a mano. Un' immagine, quella di Clorinda al lavoro, rimasta nei miei occhi come la fotografia di un tempo lontanissimo, silenzioso e già perduto allora.
mercoledì 1 agosto 2012
Persone.
Voglio iniziare da quelle che nella corte non abitavano ma che la frequentavano per varie ragioni.
Inizio da Boccio.
Boccio era imbianchino, dietro alla bicicletta aveva un carrettino sul quale teneva le varie tinte e quei piccoli rulli di gomma lavorata provvisti di un manico che faceva girare su e giù per decorare con fiori e disegni di ogni genere le pareti delle case. Aveva anche altri ferri del mestiere ma non saprei elencarli. Veniva nelle case in estate e rinfrescava le stanze con i suoi colori tenui. La novità di avere in casa per tutto il giorno l'imbianchino ci rendeva curiosi e Boccio era sorridente e parlava coi bimbi quindi spesso eravamo tra i suoi piedi; così, per mandarci fuori a giocare, ci raccontava che la giornata era molto calda e dovevamo andare in farmacia a comprargli un pò d'ombra di campanile oppure ci diceva di averci trovato un lavoro in Africa: raddrizzare le banane. Ero stupita di queste parole che non sapevo se credere o no ma il risultato era che uscivamo di casa. Era merce rara l'ironia e i bimbi l'apprezzavano confusamente come qualcosa di fantastico.
Un anno ricordo che entrò in casa dicendo: Mah, pullover, barattoli, uomini vivi, uomini morti... e si riferiva alle canzoni che cominciavano a essere in voga al posto di quelle, diciamo così, tradizionali. E lo diceva come se, in effetti, quasi quasi apprezzasse il cambiamento. Boccio era un uomo alto, moro, un viso aperto e cordiale, simpatico. Che il suo nome era Umberto l'ho saputo dalla sua tomba.
Voglio iniziare da quelle che nella corte non abitavano ma che la frequentavano per varie ragioni.
Inizio da Boccio.
Boccio era imbianchino, dietro alla bicicletta aveva un carrettino sul quale teneva le varie tinte e quei piccoli rulli di gomma lavorata provvisti di un manico che faceva girare su e giù per decorare con fiori e disegni di ogni genere le pareti delle case. Aveva anche altri ferri del mestiere ma non saprei elencarli. Veniva nelle case in estate e rinfrescava le stanze con i suoi colori tenui. La novità di avere in casa per tutto il giorno l'imbianchino ci rendeva curiosi e Boccio era sorridente e parlava coi bimbi quindi spesso eravamo tra i suoi piedi; così, per mandarci fuori a giocare, ci raccontava che la giornata era molto calda e dovevamo andare in farmacia a comprargli un pò d'ombra di campanile oppure ci diceva di averci trovato un lavoro in Africa: raddrizzare le banane. Ero stupita di queste parole che non sapevo se credere o no ma il risultato era che uscivamo di casa. Era merce rara l'ironia e i bimbi l'apprezzavano confusamente come qualcosa di fantastico.
Un anno ricordo che entrò in casa dicendo: Mah, pullover, barattoli, uomini vivi, uomini morti... e si riferiva alle canzoni che cominciavano a essere in voga al posto di quelle, diciamo così, tradizionali. E lo diceva come se, in effetti, quasi quasi apprezzasse il cambiamento. Boccio era un uomo alto, moro, un viso aperto e cordiale, simpatico. Che il suo nome era Umberto l'ho saputo dalla sua tomba.
Iscriviti a:
Post (Atom)