E con settembre racconterò le persone della corte, cominciando dalla parte sud, quella che era separata dal fiume da una distesa di campi, dalla fossa, dal Fossetto, dai poggi alti e erbosi.
Elvira
La ricordo dritta con un grembiule davanti e le mani sui fianchi, forte, con un sorriso aperto, i capelli raccolti in una crocchia, autorevole e attenta alle cose e ai bambini che spesso giocavano nell'aia davanti alla sua casa e picchiavano la palla sul muro ripetutamente.Soltanto un periodo impediva ai bimbi di giocare, quello della malattia di suo marito Lorenzo, allora bisognava fare piano, ma questo si sapeva già dalle nostre mamme. Elvira veniva anche chiamata "la Fattora" per quel suo carattere forte e per abitare nella casa più grande della corte con un'aia dove veniva la macchina del grano. Tre belle figlie, Anna, Loda e Mariangela e un figlio che se ne andò in America e viveva alle pareti della stanza sul retro in un quadro che ne disegnava il bel viso: Alfonso. Alfonso si era fatto laggiù una famiglia e tardava a tornare, così Elvira, verso gli ottant'anni, decise che sarebbe andata lei a trovarlo e così prese l'aereo e si fece quel lungo viaggio. Essere capaci di prendere decisioni e seguirle con coraggio e senza tentennamenti: questo è l'insegnamento che ho avuto da Elvira.
venerdì 31 agosto 2012
giovedì 30 agosto 2012
Quelli che chiedevano l'elemosina
Non ne ricordo molti, forse uno, vecchio ma non malmesso, veniva verso mezzogiorno, l'ora di pranzo e non occorreva che bussasse, le porte erano aperte ma non entrava, forse veniva in giorni precisi del mese e se ne andava via col pane. Una volta Dantina diceva a mia madre: Gli ho dato il pane e non l'ha voluto, si vede che non ha fame. Non si davano soldi ai mendicanti anche perché non ce n'erano tanti e servivano per la vita di tutti i giorni ma il pane sì, e un bicchiere d'acqua non si negava a nessuno.
Non ne ricordo molti, forse uno, vecchio ma non malmesso, veniva verso mezzogiorno, l'ora di pranzo e non occorreva che bussasse, le porte erano aperte ma non entrava, forse veniva in giorni precisi del mese e se ne andava via col pane. Una volta Dantina diceva a mia madre: Gli ho dato il pane e non l'ha voluto, si vede che non ha fame. Non si davano soldi ai mendicanti anche perché non ce n'erano tanti e servivano per la vita di tutti i giorni ma il pane sì, e un bicchiere d'acqua non si negava a nessuno.
mercoledì 29 agosto 2012
Altri mosconi venivano generalmente in estate quando, la sera, tutta la corte si metteva fuori al fresco e le ragazze e le bambine sedevano sugli scalini delle porte di casa, sul murìcciolo, ascoltavano con un orecchio solo le storie di paura che raccontavano i più vecchi, giocavano per la strada sotto la luce dell'angolo tra via Vecchi Pardini e via Boboli oppure si riunivano in cerchi, a volte veramente molto grandi, generalmente nello spazio davanti alle case della Meri, di Edilia e di Dora e facevano un bello sculaccione. Naturalmente c'erano i mosconi altrimenti non c'era sugo solo con donne. Questi ragazzi venivano in bicicletta magari dopo una giornata di lavoro (dopo la quinta elementare tutti a lavorare) e potevano conoscere meglio, con sguardi, gesti e parole le ragazze grandi. Mi ricordo che le sculacciate dei ragazzi alle ragazze erano timide e leggere, pochissimi erano sguaiati anche perchè tutto il gioco si svolgeva sotto la supervisione delle mamme che poco lontano, anche se non lo davano a vedere, controllavano tutto.
martedì 28 agosto 2012
I "mosconi"
I mosconi sono insetti noiosi attirati da cibo, frutti, odori, ma in corte Fibbiani erano quei ragazzi o giovani uomini ("giovinotti" diceva Fedora che chiamava così anche quelli che a me sembravano vecchi) attirati, appunto specialmente dalle ragazze che non mancavano. Venivano dalle corti vicine e anche da Lucca ma si potevano osservare anche mosconi più forestieri.
Quando sentivo dire "arrivano i mosconi" non è che capissi bene, d'altra parte i mosconi arrivavano per le più grandi non per quelle piccine, poi col tempo... Il primo moscone che mi ricordo veniva per Anna, la figlia di Fedora e si chiamava "Ti dirò". Mia madre diceva: "E' arrivato Tidirò" e si sentiva cantare. Cosa cantava quell'uomo si può quindi capire. "Ti dirò che tu mi piaci, ti dirò che nei tuoi baci...". Cominciavano gli urlatori. Anna qualche volta usciva, qualche volta no; poi si sposò con Orfeo e andarono in Svezia dove hanno avuto due figli. Anna vive sempre là, l'ho rivista al funerale di sua madre.
I mosconi sono insetti noiosi attirati da cibo, frutti, odori, ma in corte Fibbiani erano quei ragazzi o giovani uomini ("giovinotti" diceva Fedora che chiamava così anche quelli che a me sembravano vecchi) attirati, appunto specialmente dalle ragazze che non mancavano. Venivano dalle corti vicine e anche da Lucca ma si potevano osservare anche mosconi più forestieri.
Quando sentivo dire "arrivano i mosconi" non è che capissi bene, d'altra parte i mosconi arrivavano per le più grandi non per quelle piccine, poi col tempo... Il primo moscone che mi ricordo veniva per Anna, la figlia di Fedora e si chiamava "Ti dirò". Mia madre diceva: "E' arrivato Tidirò" e si sentiva cantare. Cosa cantava quell'uomo si può quindi capire. "Ti dirò che tu mi piaci, ti dirò che nei tuoi baci...". Cominciavano gli urlatori. Anna qualche volta usciva, qualche volta no; poi si sposò con Orfeo e andarono in Svezia dove hanno avuto due figli. Anna vive sempre là, l'ho rivista al funerale di sua madre.
lunedì 27 agosto 2012
Minerva
Minerva veniva a ricamare a casa di Dantina che aveva lavoro di ricamo per le donne della corte. Era figlia di Clorinda, era magra, moretta, non bella nel senso tradizionale, simpatica, parlava velocemente quasi strascicasse le parole.
Le donne sedute a cerchio intorno al caldano sono una fotografia che è rimasta nella mia mente: il calore, la luce accesa nel mezzo della stanza, le voci delle donne che si raccontavano, le mani che si muovevano veloci con l'ago, le sfilature delle stoffe che si riempivano di fili a formare disegni bianchi e colorati su lenzuola e federe e tovaglie. Minerva non era sposata e ha avuto, come tutte, le sue tribolazioni. Mia madre e Dantina la conoscevano bene e spesso, anche se non c'era da ricamare, lei passava a trovarle.
Minerva veniva a ricamare a casa di Dantina che aveva lavoro di ricamo per le donne della corte. Era figlia di Clorinda, era magra, moretta, non bella nel senso tradizionale, simpatica, parlava velocemente quasi strascicasse le parole.
Le donne sedute a cerchio intorno al caldano sono una fotografia che è rimasta nella mia mente: il calore, la luce accesa nel mezzo della stanza, le voci delle donne che si raccontavano, le mani che si muovevano veloci con l'ago, le sfilature delle stoffe che si riempivano di fili a formare disegni bianchi e colorati su lenzuola e federe e tovaglie. Minerva non era sposata e ha avuto, come tutte, le sue tribolazioni. Mia madre e Dantina la conoscevano bene e spesso, anche se non c'era da ricamare, lei passava a trovarle.
venerdì 24 agosto 2012
L'ortolano
C'erano negozi di alimentari vicini alla corte nella zona di Musolino; ricordo che quando avevo sei, sette anni la mamma di Tecla, non ricordo il suo nome, avendo un orto, vendeva verdure su via del Tiro a Segno poi col tempo sua figlia aprì un vero e proprio negozio di alimentari. Ce n'era un altro poco distante, quello di due sorelle belle e simpatiche e mia madre andava quando in uno quando nell'altro perchè non voleva fare torto a nessuno. Però, dicevo nel titoletto, c'era anche l'ortolano che passava tutte le mattine o quasi dalla corte: un uomo giovane, non molto alto e cicciottello, con capelli mori a ciuffo sulla fronte e chiamava le donne che compravano frutta e verdura e l'ultima domanda era sempre: Li vuole gli odori? Sì, sì, e confezionava un mazzetto con una costola di sedano, una carota, un pò di basilico e prezzemolo che insieme alla cipolla sarebbero diventati uno sfritto per sugo o minestre di fagioli o sarebbero serviti per il brodo di carne. Non si sente più dire "gli odori" e gli ortolani, quando ci sono, si fermano al bordo delle strade più trafficate e vendono raramente verdure del proprio orto.
C'erano negozi di alimentari vicini alla corte nella zona di Musolino; ricordo che quando avevo sei, sette anni la mamma di Tecla, non ricordo il suo nome, avendo un orto, vendeva verdure su via del Tiro a Segno poi col tempo sua figlia aprì un vero e proprio negozio di alimentari. Ce n'era un altro poco distante, quello di due sorelle belle e simpatiche e mia madre andava quando in uno quando nell'altro perchè non voleva fare torto a nessuno. Però, dicevo nel titoletto, c'era anche l'ortolano che passava tutte le mattine o quasi dalla corte: un uomo giovane, non molto alto e cicciottello, con capelli mori a ciuffo sulla fronte e chiamava le donne che compravano frutta e verdura e l'ultima domanda era sempre: Li vuole gli odori? Sì, sì, e confezionava un mazzetto con una costola di sedano, una carota, un pò di basilico e prezzemolo che insieme alla cipolla sarebbero diventati uno sfritto per sugo o minestre di fagioli o sarebbero serviti per il brodo di carne. Non si sente più dire "gli odori" e gli ortolani, quando ci sono, si fermano al bordo delle strade più trafficate e vendono raramente verdure del proprio orto.
giovedì 23 agosto 2012
Quelli che nelle sere d'estate tornavano da Musolino accompagnati da moglie e, a volte, figlioli.
Che volete, la vita era dura anche se a noi bimbe non sembrava, e una sera (o più) a settimana gli uomini al bar s'inciuccavano, mica tutti però e mica sempre! Era un modo di sopravvivere a una vita di fatica e poche soddisfazioni e il vino serviva a sgombrare la mente e a portare lontane, per un poco le difficoltà. Ma mentre l'andata verso il bar era agevole, il ritorno, col buio, poche luci, fosse e fossette non lo era altrettanto. La moglie, perciò, per evitare spiacevoli conseguenze, verso una certa ora si recava verso il bar a riprendere il marito e lo teneva sottobraccio magari aiutata da un figlio ricevendo in cambio parolacce e moccoli che anche noi, sedute a contar le stelle, sentivamo.
Che volete, la vita era dura anche se a noi bimbe non sembrava, e una sera (o più) a settimana gli uomini al bar s'inciuccavano, mica tutti però e mica sempre! Era un modo di sopravvivere a una vita di fatica e poche soddisfazioni e il vino serviva a sgombrare la mente e a portare lontane, per un poco le difficoltà. Ma mentre l'andata verso il bar era agevole, il ritorno, col buio, poche luci, fosse e fossette non lo era altrettanto. La moglie, perciò, per evitare spiacevoli conseguenze, verso una certa ora si recava verso il bar a riprendere il marito e lo teneva sottobraccio magari aiutata da un figlio ricevendo in cambio parolacce e moccoli che anche noi, sedute a contar le stelle, sentivamo.
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